La banalità della violenza

Ri-posto qua, direttamente dalla bacheca di Facebook di una mia cara amica, un suo status:

Ho passato una notte in questura per denunciare una violenza su una donna. Denunciare un reato. Un grave reato, un atto ingiustificabile, un atto a cui consegue il coraggio di chi l'ha subìta di farsi sentire, di dare voce a ciò che è successo. Non si può essere omertosi davanti a questo, non esiste.

Ricevo la telefonata di J. Alle 19.20, in lacrime “posso venire da te???” J. non chiama mai, mi aveva invitato a cena quella sera, stavo preparandomi e vedendo la sua chiamata ho capito. Sesto senso? Non so. In fondo lo sapevo che era successo qualcosa di più di qualche insulto. E' successo quello che nessuno immaginava, perché di parole pesanti ne sono volate molte verso J. questi ultimi mesi, di insulti al suo Paese e alla sua gente anche, senza un reale motivo, solo perché era una coinquilina africana, una che qui in Italia studia e lavora, sa il fatto suo, non si fa trattare come una poveraccia da quegli ignoranti che immaginano la donna africana pestata e picchiata dal marito. J. ha subìto la prepotenza di un coinquilino che la ossessionava perché “il pavimento non è pulito abbastanza bene” o “è vietato avere ospiti in casa” o “cosa usi la lavatrice che in Africa non avete nemmeno l'acqua!”. J. sopporta, ci convive da solo due mesi, va avanti con la sua vita, ignora le provocazioni, sta nella sua camera e lascia cadere le accuse, rispondendo a tono al momento e poi lasciando l'inquilino inveire contro la sua porta chiusa. J. mi racconta da mesi di questi problemi, estenuanti, ma sappiamo entrambe cosa significa per una ragazza straniera, di colore, cercare un posto letto/singola a Bologna. Ci abbiamo impiegato ben 3 mesi per cercarne uno, sotto la pioggia, con la neve, ma la risposta era sempre “ti faremo sapere”, “ah ma sei straniera, non sembrava dalla voce al telefono” o “adesso dobbiamo vedere altra gente per qualche giorno”. J. aveva bisogno subito di un posto, aveva i soldi alla mano, non voleva rubare, disturbare nessuno, voleva solo una stanza in cui avere la sua tranquillità. E dopo 3 mesi l'ha trovata, nel giro di un'ora. E da lì sono iniziati i veri problemi. Accuse infondate sul personale per motivi futili, e ieri la violenza. J. stava cucinando un piatto tipico del suo Paese per me e un'altra amica a base di pomodoro, il suo coinquilino non sopportava l'odore di spezie e dopo uno scambio verbale fatto da insulti verso lei e risposte di J., ecco la sedia lanciatale nella schiena mentre era ai fornelli. Poteva rovesciarsi la salsa bollente addosso, ustionarsi. Ha sentito un dolore atroce. J. si è precipitata verso il telefono per chiamare i Carabinieri e lui le ha sferrato due pugni sul torace e sul seno. Le ha urlato contro “Negrona di merda chiama pure i Carabinieri che nel tuo Paese le donne sono abituate ad essere picchiate”.

E qui inizia un'altra storia, quella dell'intrico burocratico che una persona che subisce violenza deve affrontare, dopo essere stata già vittima, si deve letteralmente “arrangiare”. J. chiama i Carabinieri che le dicono “Si arriviamo”. Passa mezz'ora. Nessuno si vede. Richiama. “Signorina ha bisogno di un'ambulanza?” “No! Voglio denunciare” “Bene allora vada al più vicino posto di comando di polizia a farlo, non è più in pericolo se la lite non è in corso, non veniamo”. J. scioccata corre da me. Andiamo al PS, cerchiamo il posto di polizia che c'è dentro al Ps. Chiuso, siamo fuori orario. FUORI ORARIO? Ma scherziamo? Ci sono orari per subìre violenza? Pazzesco. Andiamo alla Questura in centro, “fortuna che abbiamo solo due persone davanti a noi” ci diciamo. Siamo tutti insieme nello stesso stanzone, chi ha perso il cellulare, chi la postepay, chi la bicicletta e c'è anche J. con le lacrime ancora che le rigano il volto dallo spavento. La violenza sulle donne deve attendere. Non ha priorità, non ha un intervento immediato, una presa in carico privilegiata, no. Attendiamo ben 3 ore prima di essere ricevute. Eppure c'era poca fila. C'erano molti poliziotti in divisa che chiacchieravano e ridevano fuori dalla Questura, c'era un solo sportello aperto. Veniamo accolte, il poliziotto, completamente ignorante in italiano, ci impiega un'ora per scrivere una pagina Word di verbale. Un'ora di correzioni al pc per grammatica, punteggiatura, tempi verbali. Siamo allibite. Dice “Era meglio andare prima al PS ragazze per avere il referto, così cambiava la gravità dell'accusa. In questo modo dovete andare al PS e ritornare. Va bene?” Si. Cazzo, vogliamo denunciare questo bastardo, si può? Parte la denuncia. Rileggiamo il verbale correggendo il poliziotto, altra mezz'ora impiegata per la correzione. J. va in PS, il medico le dà una prognosi di 8 giorni. Oggi torna in Questura per portare il referto, un maresciallo le dice “Ma come mai sei venuta? Da te le donne non vanno a denunciare”.

No, una violenza subìta non la si può capire. La violazione del tuo corpo, lo sfregio, l'umiliazione di qualcuno che si permette di toccarti, di farti del male, di ferirti. Pubblicità, manifesti, attenzione su questo tema e poi cosa ci si aspetta? Ore di fila in Questura, i Carabinieri che non mandano una pattuglia per verificare le condizioni dell'aggressore, un sistema che ti sballotta di qui e di là tra denunce, avvocati, medici, e quant'altro. Subìsci violenza e poi subìsci le leggi dello Stato nel quale sei. Io mi immagino che al primo avviso del “qualcuno mi ha picchiato” ci sia una protezione, un comando di polizia che arriva sul posto e prende il tipo, lo allontana da me, lo ferma, lo porta in questura per verifiche, e invece no. Il tipo ora è comodamente in casa a pranzare e guardare il telegiornale. Mi aspetto che in Questura non ci sia gente che ride e scherza mentre una donna è stata aggredita e aspetta il suo turno in sala d'attesa. Mi aspetto che in un cazzo di Paese come il mio non esista il maresciallo che ti fa la battuta sulle donne del tuo Paese, senza sapere nulla di te e da dove vieni. J. ha avuto coraggio, ha avuto amici che l'hanno sostenuta ieri e lo faranno, andrà fino in fondo. Lei, che qui non ha famiglia, fratelli, cugini, nessuno, se non quei pochi connazionali sparsi in Italia, qualche amico in città e quella forza che davvero la sua vita le ha dato, non si arrende. E così OGNI DONNA dovrebbe fare, al primo ceffone, al primo dito alzato, alla prima aggressione. Basta anche solo una volta.

“La violenza sulle donne non ha confini...e spesso ha le chiavi di casa”.

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